Zardari folies. Mr Bhutto mira al pulsante atomico pachistano

Una volta era soltanto il “signor dieci per cento”. Oggi – se tutto filerà liscio – metterà le mani sulla cassa, diventerà il signor Pakistan, l’erede dell’amata, incompiuta e per sempre sepolta Benazir. Il vedovo Asif Ali Zardari non è un  Bhutto, non ha il cognome che conta e forse neppure il carisma e la determinazione della compianta moglie. Ma la fama non gli manca.
6 SET 08
Ultimo aggiornamento: 21:51 | 22 AGO 20
Immagine di Zardari folies. Mr Bhutto mira al pulsante atomico pachistano
Islamabad. Una volta era soltanto il “signor dieci per cento”. Oggi – se tutto filerà liscio – metterà le mani sulla cassa, diventerà il signor Pakistan, l’erede dell’amata, incompiuta e per sempre sepolta Benazir. Il vedovo Asif Ali Zardari non è un Bhutto, non ha il cognome che conta e forse neppure il carisma e la determinazione della compianta moglie. Ma la fama non gli manca. Gliel’hanno regalata imprigionandolo in un indefinito e opaco mondo di corruzione, scandali e ruberie. Per anni Zardari ci ha sguazzato, dividendosi tra i tribunali, la galera e l’esilio sontuoso di Rockwood, la tenuta nel Surrey da cinque milioni di euro che lui e Benazir negavano di possedere. Ma sono ombre del passato.
Se oggi i deputati pachistani e i rappresentanti delle assemblee provinciali sceglieranno il suo nome, Asif Ali Zardari sarà il nuovo presidente pachistano, la carica, inseguita, studiata e sognata mentre ancora si cuciva il sudario di Benazir. Dallo scranno più alto del paese, Zardari non avrà alternative, non potrà più attribuire l’antica reputazione alle sofisticate trame dei poteri forti, non potrà più nascondersi all’ombra della moglie premier, non potrà più sfuggire al giudizio dei tribunali e del mondo. Chi lo conosce e non lo stima giura che nulla cambierà, che le abitudini e l’indole di questo ambiguo e fascinoso cinquantaduenne, amante del polo e delle belle donne, resteranno quelle acquisite tra le poltrone del Cinema Bambina, la sala cinematografica di famiglia dove papà Hakim, politicante di provincia, lo iniziava a una vita sopra le righe, giocata tra le fantasie dei film anni Settanta, le sgroppate sui campi da polo, i facili corteggiamenti.

Il matrimonio con Benazir Bhutto. Il grande mistero resta la sua scelta. A pensarci è Begum Nusrat, la madre di Benazir, gerente e matrigna alla metà degli anni Ottanta del Ppp, il partito di famiglia lasciatole in eredità dal marito Zulfikar Ali Bhutto, il presidente destituito e impiccato dai militari il 4 aprile del 1979. Begum Nusrat per la figlia sceglie sempre il meglio. La manda a studiare negli Stati Uniti, la fa laureare a Oxford, la educa al potere. Eppure quando si tratta di trovarle un marito non ha di meglio da offrire di quel playboy di provincia così finto, così sfrontato, così goffo da sembrare, come ricorderà la stessa Benazir, maldestro e ridicolo. Forse è tutto calcolato. Forse nei complessi schemi della signora Nusrat a Benazir serve un marito giovane e imbelle, vacuo e apparentemente ininfluente. A prima vista, l’idea funziona.
Nel 1988, un anno dopo le nozze, Benazir Bhutto vince le elezioni, diventa a 35 anni il primo premier donna pachistano, il più giovane leader del paese. Da quel momento il marito si trasforma nel suo più grande problema. Se accusano Benazir di essere corrotta, Asif è sempre lì, pronto a incarnare l’emblema del peccato. Va così fino a quell’agosto del 1990 quando il presidente pachistano Ishaq Khan schiaccia Benazir con il peso degli scandali e ne ottiene la destituzione. Al marito va anche peggio. E’ accusato di aver fatto indossare un corpetto esplosivo a un uomo d’affari per costringerlo a girargli ingenti somme di denaro. L’accusa, vagamente surreale, gli costa tre anni di carcere, ma diventa il miglior argomento per dimostrare che i 19 casi d’inoppugnabile corruzione cuciti addosso ad Asif e Benazir dal presidente Ishaq Khan sono soltanto un complotto.
Nel 1993 tutto torna a posto. Benazir rivince le elezioni, ritorna al governo, lo tira fuori di galera. Lui sogna un posto alle Finanze, lei ha capito la lezione e lo relega all’Ambiente. Anche lontano dai forzieri il “signor dieci per cento” inanella guai e danni fuori misura. Nel 1996 il destino si ripete. Benazir, affossata dagli scandali, è nuovamente in fuga all’estero. Il senatore Asif è pronto per altri processi e altri sette anni di galera. “Hanno sempre usato la scusa della legalità e della giustizia per attaccarmi – si difende – ma del resto anche Cristo è stato processato… Se poi il processo fosse giusto è un altro paio di maniche”.

Dal carcere alla morte del cognato. Il problema stavolta non sono i giudici di Islamabad. Nel 1998 le autorità francesi indicano Zardari come l’unico interlocutore nelle trattative con l’azienda aeronautica Dassault, confermano le richieste di una percentuale del cinque per cento in cambio di un contratto per la sostituzione di tutti i velivoli dell’aviazione pachistana. Nel 1999 un rapporto del Congresso americano sul riciclaggio di denaro accusa Zardari di aver accumulato somme per oltre 40 milioni di dollari su un conto di Citybank. Quei soldi, chiarisce il documento, sono le percentuali pagate da un trafficante di Dubai cui Zardari ha concesso, nel 1994, la licenza di unico importatore d’oro. Con le banche svizzere va pure peggio. Il 23 luglio Berna quantifica in 13,8 milioni di dollari la liquidità sospetta depositata su conti riconducibili a Benazir e Asif. Il 6 agosto 2003 un gruppo di magistrati elvetici li dichiara colpevoli di riciclaggio di denaro, li condanna a sei mesi di carcere e ordina la restituzione di 11 milioni di dollari sottratti alle casse di Islamabad.
In patria le accuse sono anche peggiori. Nel 1996 i giudici aprono il procedimento contro Zardari per la misteriosa uccisione di Murtaza, il fratello maggiore di Benazir che detesta Zardari. A salvare il marito e a regalargli una nuova vita ci pensa ancora Benazir. Quando il 27 dicembre lei tira l’ultimo respiro lui è già pronto a raccoglierne l’eredità. Nella sua ultima lettera-testamento Benazir, come già papà Zulfikal, affida il Ppp, il sacro partito di famiglia, al coniuge, gli conferisce la piena reggenza in attesa che il primogenito Bilawal completi gli studi, compia i 25 anni necessari per l’elezione al Parlamento. Nelle mani di Zardari la lettera-testamento si trasforma in un autentico mandato presidenziale. Sfruttando il ricordo della “martire” Benazir, guida il Ppp alla vittoria nelle elezioni parlamentari dello scorso marzo. Usando la minaccia dell’impeachment costringe Pervez Musharraf, il presidente che lo aveva cacciato in galera, alle dimissioni. Manovrando con spericolata destrezza cancella il patto di governo con il rivale Nawaz Sharif e lo costringe a tirarsi fuori dalla coalizione. Libero – dopo 25 anni – di comandare a casa propria, Asif si ritrasforma in un campione d’ambiguità. Prima rifiuta di reintegrare i giudici destituiti a novembre dal presidente Musharraf, poi tergiversa sulla già promessa cancellazione di quelle prerogative presidenziali, introdotte da Musharraf, che prevedono la possibilità di destituire a piacimento esecutivo e Parlamento. Pur di non rinunciare a qualche voto in più, promette ai partiti filotalebani la riapertura di due madrasse legate al terrorismo islamico (e vuole sospendere la caccia ai talebani durante il ramadan). Per avere mano libera all’interno del partito, non esita a mettere alla porta i più stretti e fedeli collaboratori di Benazir.

La depressione e i vuoti di memoria. Molti pachistani guardano con preoccupazione al futuro. I certificati medici presentati da Zardari per dribblare il giudizio dei tribunali e arrivare all’appuntamento con la riabilitazione regalatagli dal Parlamento sotto il suo controllo sono anche la sua spada di Damocle. In quei certificati lo psichiatra newyorkese Philip Saltiel descrive l’instabilità emozionale, le perdite di memoria e la scarsa capacità di concentrazione del candidato alla presidenza. Stephen Reich, un altro psichiatra americano, certifica sindromi depressive, tendenze suicide e vuoti di memoria conseguenza degli undici anni trascorsi in carcere. Quasi un invito a nozze per generali e militari che già detestano Zardari e potrebbero, dopo le elezioni, decidere di farne volentieri a meno.